A 83 anni dalla deportazione, la storia di Giuseppe Meliante torna alla memoria per la medaglia d’onore concessa dal Presidente della Repubblica.
Il riconoscimento è stato consegnato il 20 settembre, nella Prefettura di Potenza, alla famiglia del militare lucano, uno dei sette originari della provincia di Potenza deportati e internati nei campi nazisti e destinati al lavoro coatto durante la Seconda guerra mondiale.
Meliante si era arruolato nel 5° Reggimento Autieri l’11 settembre 1942.
Catturato dai tedeschi il 10 settembre 1943, si rifiutò di collaborare con i nazisti e con i repubblichini e venne deportato prima in un campo di concentramento di Danzica, dove erano detenuti circa 300mila prigionieri di guerra di diversa provenienza, e successivamente in un campo di lavoro di Lipsia. Qui fu destinato a una fabbrica impegnata nella produzione di aerei da caccia.
“La medaglia d’onore è motivo di grande orgoglio e di restituzione della memoria”, racconta il nipote Piero Giuseppe Meliante. “Mio nonno ha raccontato per tutta la vita ciò che aveva vissuto, in anni nei quali la vicenda degli internati militari italiani era poco conosciuta e, spesso, persino negata.
A loro, a mio avviso, va riservata grande ammirazione: rifiutarono di collaborare con il regime nazista, pur consapevoli delle conseguenze di quella scelta, e pagarono quel rifiuto con la deportazione, il lavoro coatto e condizioni di vita durissime”.
“Ricevere questa medaglia, ritirata dai suoi figli – aggiunge – significa non soltanto riconoscere la sofferenza di mio nonno, ma soprattutto la dignità della sua scelta e di quella di un’intera generazione, la cui storia è rimasta troppo a lungo ai margini della memoria collettiva”.
Giuseppe Meliante ha raccontato la sua testimonianza nel libro “Impronte rosse: memorie di un contadino lucano internato nei lager nazisti: 8 settembre 1943-25 aprile 1945”, fatto poi pubblicare dal nipote Piero Giuseppe. “Quegli anni furono per lui così densi di eventi da non poter essere racchiusi in un solo libro – prosegue il nipote – Alcuni racconti li custodisco gelosamente nella memoria familiare. Tra quelli che scelse di inserire nel volume, ci sono soprattutto quelli in cui, nella disumanità della guerra, riaffiora l’umanità delle persone.
Prima della deportazione, a Trieste, per esempio, una madre affamata gli chiese i duecento grammi di pane che aveva conservato per sé e per i suoi amici, arrivando, per disperazione, a offrirgli il proprio corpo in cambio. Vedendo i suoi bambini fissare quel pane, mio nonno scrive semplicemente: ‘Piansi e diedi il pane a quella donna senza accettare nulla in cambio'”.
Al ritorno in Basilicata, Meliante continuò a raccontare la propria esperienza, senza però trasformare la sofferenza in odio. “Conservò sempre una grande stima per il popolo tedesco, distinguendolo dal regime che lo aveva deportato e costretto al lavoro. Ma continuava a vedere quei capi con la camicia nera anche in chi indossava una camicia bianca. È un’immagine semplice ma potentissima, che racconta la disillusione del ritorno e aiuta a comprendere perché sentisse così forte il bisogno di testimoniare”.
È nella trasmissione della memoria che il nipote individua il lascito più importante del nonno. “Trasformare una vicenda individuale in memoria condivisa, perché ciò che è stato vissuto non scompaia insieme a chi lo ha vissuto. Credo che il suo messaggio ai giovani sarebbe soprattutto quello della coerenza.
Durante l’internamento avrebbe potuto compiere scelte più facili, ma scelse di non rinnegare ciò in cui credeva, accettandone le conseguenze. La sua storia insegna che i valori acquistano davvero significato quando difenderli ha un costo. E quella coerenza non terminò con la guerra: tornato a casa continuò a combattere le battaglie dei più deboli, quelle scomode, che pochi volevano abbracciare. Credo quindi che ai giovani direbbe di conoscere la storia, avere il coraggio di scegliere e vivere con la stessa coerenza verso i propri ideali che ha contraddistinto tutta la sua vita”.
