In queste ore impazza una notizia secondo la quale l’intelligence statunitense avrebbe raccolto informazioni su un possibile attacco russo con droni contro obiettivi in Italia, Francia o Spagna e le avrebbe condivise con diversi governi europei, tra cui quello lituano. Ed è proprio da ambienti vicini alla Difesa della Lituania che sarebbe filtrata la ricostruzione pubblicata dal quotidiano spagnolo El Mundo. Secondo questo giornale, Mosca potrebbe utilizzare droni Gerbera, nascosti all’interno di container e lanciati da navi mercantili nel Mediterraneo; ricostruzioni successive hanno indicato tra le possibili piattaforme anche le cosiddette “petroliere fantasma” della flotta ombra russa.
Perché non ci credo?
Forse perché il ministro della Difesa Guido Crosetto ha dichiarato che questo allarme «non trova alcuna conferma» e che, per quanto risulta alle autorità italiane, non è arrivato alcun avvertimento del genere attraverso i canali dell’intelligence, diplomatici o militari?
No.
Forse perché sono il Presidente dell’Associazione degli Italiani Amici della Russia e quindi sarei portato, per così dire, a guardare con particolare diffidenza qualsiasi accusa rivolta contro Mosca?
Neanche.
Non ci credo per una ragione molto più banale: la logica.
Quella vecchia, meravigliosa e ormai quasi rivoluzionaria abitudine di mettere in moto i neuroni, prendere una notizia, smontarla pezzo per pezzo e domandarsi semplicemente: ha senso?
Non ha senso, e soprattutto non avrebbe senso nel caso dell’Italia. Per una ragione semplicissima: nella sua dimensione popolare — parlo cioè degli italiani comuni, non delle élite politiche — il nostro Paese ha manifestato durante questa guerra una forte resistenza all’idea dell’escalation militare e conserva al proprio interno una componente significativa dell’opinione pubblica contraria alla trasformazione dello scontro russo-ucraino in una guerra sempre più direttamente europea.
Per quale ragione Mosca dovrebbe buttare via tutto questo?
Attaccare deliberatamente oggi il territorio italiano significherebbe ottenere probabilmente il risultato esattamente opposto a quello che la Russia avrebbe interesse a perseguire. Un popolo che non ha visto i propri soldati combattere sul territorio della Federazione Russa si troverebbe improvvisamente colpito a casa propria. L’attacco verrebbe percepito come ingiustificato e gravissimo e potrebbe cancellare in poche ore anni di rapporti, simpatie, neutralità e distinguo nei confronti di Mosca, producendo proprio ciò che fino a oggi non è accaduto: ricompattare gran parte del Paese contro un unico nemico, la Federazione Russa.
E la storia dovrebbe averci insegnato almeno questo: gli italiani, che tante volte appaiono divisi, litigiosi e persino indifferenti alle grandi questioni internazionali, proprio nei momenti più tragici possono ritrovare improvvisamente un fortissimo sentimento di appartenenza nazionale.
Ma allora proviamo a rovesciare il ragionamento.
Se l’obiettivo russo fosse davvero quello di dividere l’Europa, indebolire la NATO e alimentare nelle opinioni pubbliche occidentali la paura di una guerra sempre più grande, perché scegliere proprio l’Italia?
Seguendo la medesima logica, sarebbe assai più comprensibile esercitare una pressione su Paesi che hanno assunto posizioni più avanzate nello scontro con Mosca — Gran Bretagna, Germania, Polonia o la stessa Francia — lasciando invece che la paura delle conseguenze facesse il proprio lavoro nell’opinione pubblica italiana. Colpire l’Italia, al contrario, rischierebbe di trasformare proprio una delle società europee nelle quali esiste una forte resistenza all’escalation in una società molto più compatta contro la Russia.
Sarebbe un capolavoro strategico al contrario.
Altra cosa sarebbe, almeno sul piano della logica strategica, colpire strutture direttamente legate allo sforzo bellico ucraino o esercitare una pressione assai più pesante nei confronti di Paesi come la Gran Bretagna o la Germania, protagonisti di uno scontro con Mosca molto più aspro. Proprio nei confronti di Londra, nelle scorse settimane, Putin, interrogato sull’eventualità di colpire installazioni militari britanniche sul territorio del Regno Unito, si è guardato bene dall’escluderla, limitandosi a rispondere che si trattava di un «segreto militare», mentre ha definito esplicitamente obiettivi legittimi le installazioni militari britanniche presenti in Ucraina.
Ancora più evidente è il deterioramento dei rapporti con Berlino. La Russia ha interrotto dal 1° maggio il transito attraverso il proprio territorio del petrolio kazako destinato alla raffineria tedesca di Schwedt, che rifornisce gran parte dell’area berlinese. Mosca ha ufficialmente giustificato la decisione con ragioni tecniche, ma il vicepremier Alexander Novak, alla domanda sulle conseguenze per la Germania, ha risposto con una frase che difficilmente può essere definita conciliante: «I tedeschi hanno rinunciato al petrolio russo, quindi stanno bene».
E non basta. L’SVR, il servizio d’intelligence estero russo, è arrivato ad accusare Friedrich Merz di essere animato da uno spirito revanscista nei confronti della Russia, collegandolo alla memoria della sconfitta della Germania nazista ad opera dell’Armata Rossa. Un’accusa russa, sia chiaro, non una dichiarazione di Merz. Ma proprio il fatto che un servizio dello Stato russo abbia utilizzato pubblicamente un linguaggio di questo genere dà la misura del livello al quale sono precipitati i rapporti fra Mosca e Berlino.
Dunque perché questa fuga di notizie è partita proprio dalla Lituania?
Molto probabilmente perché sono proprio i Paesi baltici — e con essi la Polonia —, da sempre in uno stato di estrema tensione con Mosca, ad avere il maggiore interesse affinché l’opinione pubblica degli altri partner europei, e con essa i popoli da loro amministrati, rimanga quanto più possibile coesa sul fronte antirusso. Fosse per loro, NATO e Unione Europea sarebbero entrate in guerra con la Federazione Russa già da svariati anni.
C’è però un particolare che, come ho già avuto modo di sostenere su queste pagine parlando di come funzionano nella realtà le alleanze, viene troppo spesso dimenticato. L’articolo 5 del Trattato Nord Atlantico stabilisce il principio della difesa collettiva, ma non contiene quell’automatismo quasi cinematografico secondo il quale l’aggressione a un alleato comporterebbe necessariamente, nello stesso istante e nelle stesse forme, l’entrata in guerra di tutti gli altri. Il testo prevede che ciascun alleato assista il Paese attaccato intraprendendo «l’azione che giudicherà necessaria», compreso eventualmente l’impiego della forza armata. È una differenza tutt’altro che secondaria.
E se questo vale già nell’ambito di una guerra convenzionale, immaginiamo cosa accadrebbe qualora la Federazione Russa arrivasse all’impiego dell’arma atomica contro uno dei piccoli Paesi baltici. Io continuo a ritenere molto improbabile che le grandi potenze della NATO deciderebbero automaticamente di rispondere nuclearmente, perché a quel punto la questione non sarebbe più soltanto difendere Tallinn, Riga o Vilnius: significherebbe mettere sul tavolo la possibilità concreta dell’olocausto nucleare e, con esso, della distruzione delle stesse nazioni chiamate a decidere la risposta.
È brutale dirlo, ma le alleanze funzionano così: finché gli interessi dell’alleato coincidono con i propri, la solidarietà può apparire assoluta; quando il prezzo della solidarietà diventa la possibile distruzione del proprio Paese, ogni governo torna inevitabilmente a fare i conti con il proprio interesse nazionale. Ed è precisamente su questa differenza fra ciò che le alleanze promettono sulla carta e ciò che gli Stati potrebbero essere disposti a fare davanti al rischio della propria distruzione che avevo già ragionato in un mio precedente articolo.
Per questo trovo ancora più significativo che l’allarme sui fantomatici Gerbera destinati a Italia, Francia e Spagna sia filtrato proprio dalla Lituania: uno dei Paesi che più hanno bisogno che nell’Europa occidentale la percezione della minaccia russa rimanga altissima. Perché quanto più italiani, francesi e spagnoli saranno convinti che domani un drone russo possa arrivare sopra le loro teste, tanto più sarà facile mantenere politicamente compatto un fronte che, dopo oltre quattro anni di guerra, mostra inevitabilmente tensioni e stanchezza.
Ma c’è un altro particolare che, a mio avviso, rende questa storia ancora più singolare: guardiamo per un momento a quello che fanno gli Stati Uniti, anziché limitarci a quello che dicono.
Washington ha vietato dal 2024 l’importazione dell’uranio arricchito russo, è vero, ma lo ha fatto prevedendo contemporaneamente un sistema di deroghe fino all’inizio del 2028, utilizzabile quando non esista una fonte alternativa praticabile per garantire il funzionamento di un reattore americano o quando l’importazione sia ritenuta nell’interesse nazionale degli Stati Uniti. Tradotto dal linguaggio burocratico a quello della politica: quando entra in gioco un interesse strategico americano, persino le sanzioni contro Mosca devono fare i conti con la realtà.
E non finisce qui. Il 25 agosto il direttore della CIA John Ratcliffe è volato personalmente a Mosca, dove ha incontrato i vertici dell’intelligence russa. Il Cremlino ha confermato l’incontro, Putin ne è stato informato e lo stesso Trump ha definito la missione «semi-routine», lasciando intendere che quei contatti potessero risultare utili anche nel tentativo di arrivare alla fine della guerra in Ucraina.
E appena poche settimane dopo, il 22 settembre, è arrivato un altro particolare tutt’altro che insignificante: Dmitry Bakanov, capo di Roscosmos, ha annunciato che Russia e Stati Uniti prolungheranno di altri due anni l’operatività della Stazione Spaziale Internazionale. La cooperazione russo-americana nello spazio, dunque, continua persino mentre la contrapposizione fra Russia e Occidente viene quotidianamente descritta come sempre più vicina al punto di non ritorno.
Fermiamoci allora un istante e rimettiamo insieme i pezzi. Gli americani, quando il proprio interesse nazionale lo richiede, mantengono aperta persino la possibilità di importare uranio russo; il capo della CIA vola a Mosca e parla direttamente con i vertici dei servizi della Federazione; Washington e Mosca riescono contemporaneamente a prolungare la loro cooperazione sulla Stazione Spaziale Internazionale. E dovremmo immaginare, nello stesso momento, una Russia desiderosa di aprire un’altra guerra, questa volta direttamente contro Italia, Francia e Spagna, come se i rapporti fra Mosca, Washington ed Europa appartenessero a compartimenti stagni e una guerra russo-europea fosse una faccenda che gli Stati Uniti potrebbero tranquillamente osservare dall’altra parte dell’Atlantico?
È proprio questo che non mi torna.
Perché una guerra diretta tra la Federazione Russa e Paesi dell’Unione Europea appartenenti alla NATO cambierebbe inevitabilmente l’intero quadro strategico nel quale Mosca e Washington stanno contemporaneamente cercando di mantenere aperti canali di comunicazione, cooperazione e negoziato. E allora diventa legittimo domandarsi quale interesse avrebbe oggi il Cremlino a far saltare questo delicatissimo equilibrio per mandare dei Gerbera nascosti dentro container a colpire proprio Italia, Francia o Spagna.
Ciò non significa affatto che la Russia non possa, un giorno, arrivare ad attaccare un Paese dell’Unione Europea o della NATO. Significa semmai l’esatto contrario: che proprio perché questa eventualità esiste bisogna smetterla di comportarsi come se la guerra fosse un gioco nel quale si può alzare continuamente la posta senza che prima o poi qualcuno decida di vedere le carte dell’altro.
Bisogna smetterla di provocare, minacciare, rilanciare, immaginando che dall’altra parte esista sempre qualcuno disposto a fare un passo indietro. Perché continuando così si rischia di costruire con le proprie mani proprio quella guerra preventiva che ufficialmente tutti dichiarano di voler scongiurare.
E, paradossalmente, proprio su questo Xi Jinping ha ragione da vendere quando, incontrando Donald Trump a Washington, ha nuovamente evocato la “trappola di Tucidide”: il meccanismo attraverso il quale la crescita della potenza di Atene e la paura che questa suscitò nella potenza dominante spartana finirono per trascinare entrambe nella guerra del Peloponneso. Il concetto moderno, reso celebre dal politologo Graham Allison, descrive proprio il rischio che la competizione tra una potenza emergente e una potenza dominante produca una spirale nella quale la guerra finisce per apparire inevitabile anche quando, all’inizio, nessuno dei due contendenti la desiderava. Xi utilizza da anni questo riferimento sostenendo che una simile collisione non sia inevitabile, ma possa diventarlo attraverso errori di calcolo strategico.
Ecco il punto.
Le guerre non cominciano necessariamente perché qualcuno, una mattina, si sveglia e decide di farle. Molto più spesso cominciano perché ciascuno si convince di dover anticipare la mossa dell’altro.
Uno riarma perché teme l’altro. L’altro interpreta quel riarmo come la preparazione di un’aggressione e riarma a sua volta. Uno porta le proprie armi sempre più vicino al confine dell’altro; l’altro modifica la propria dottrina militare. Uno parla di deterrenza, l’altro vede una minaccia. Alla fine entrambi possono convincersi che aspettare significhi concedere all’avversario il vantaggio della prima mossa.
Ed è proprio allora che la deterrenza rischia di trasformarsi nel suo contrario.
Per questo la domanda che dovremmo porci davanti all’ennesimo allarme sui droni russi pronti a colpire l’Europa non è soltanto se quell’allarme sia vero o falso. Dovremmo domandarci anche quanta parte della sicurezza europea stiamo costruendo sulla capacità di evitare una guerra e quanta, invece, sulla continua preparazione psicologica, politica e militare alla possibilità che quella guerra prima o poi arrivi.
Perché a furia di convincerci che la guerra sia inevitabile, il rischio più grande è che qualcuno finisca davvero per considerarla necessaria.
Lorenzo Valloreja
