Profitto o vivibilità?

 Ma è mai possibile che un imprenditore italiano acquisti 25 mila ettari di terreno in Egitto o Tunisia per piantarvi un vigneto di uva italiana o un uliveto di olive italiane decretando così la fine dell’agricoltura italiana e, precisamente, meridionale? È mai possibile che un grande commerciante acquisti olio scadente di una qualunque parte del mondo per miscelarlo con i nostri e guadagnarci distruggendo l’immagine del nostro olio e i suoi produttori? È mai possibile che la mitica pizza o pasta italiana sia realizzata con farine ottenute da grani di ogni parte del mondo producendo malattie mai viste nello stivale? È mai possibile che un industriale possa scegliere dove insediare la sua fabbrica di salotti o automobili o magliette a dispetto di tutto e tutti? È mai possibile che le Università italiane debbano insegnare a studenti di ogni parte come fare a fare concorrenza alle nostre imprese?
 Si, è possibile, qualcuno la chiama “svista” (è un eufemismo) ma si chiama “mondializzazione” oppure “competitività” oppure “grande è bello” che recita così: chi ha soldi può fare quello che vuole (come le cose dette sopra e tante altre) mentre gli altri non possono fare nulla ma solo subire queste scelte dettate dagli imperativi del profitto e del gigantismo aziendale. Cioè in questa filosofia quel che conta è il profitto dei grandi operatori cui i singoli individui (le persone) devono piegarsi; ma anche gli stati potenti devono piegarsi: “troppo grandi per fallire” recita un Presidente USA per dire che anche una superpotenza deve mettere mani al portafogli dei cittadini qualora le cose dovessero andare male alle imprese “grandi”.
 Naturalmente la qualità del prodotto realizzato dai “grandi” all’estero non è la stessa di quello realizzato in Italia, ma il profitto dei grandi giustifica tutto; le imprese che rimangono qui chiudono e non pagano tasse ma il profitto dei grandi giustifica tutto; la disoccupazione reale cresce e quindi il costo del welfare già proibitivo diviene insostenibile ma il profitto dei grandi giustifica tutto; i salari non crescono ma il profitto dei grandi giustifica tutto. Potremmo continuare ma il profitto dei grandi giustifica tutto. Il fatto è che quel profitto è di pochi mentre i molti specie le piccole imprese vanno in malora.
 Destra e sinistra sono entrambe d’accordo nel dire che questo è il “progresso” facendo credere che il progresso così inteso sia cosa buona. La gente che ha cambiato governo pensando che la destra fosse un’altra cosa attende questa altra cosa che non arriva mentre l’olio giace nei depositi e l’uva rimane nei vigneti e il vino nelle cantine: un cataclisma! Altro che cucina italiana!!!
 Sembra che non possa esistere un altro sistema: se una impresa cresce e al posto di produrre mille bottiglie di vino l’anno ne produce un miliardo deve venderle all’estero e quindi le porte devono stare ben spalancate per non disturbare quell’imprenditore nel cercare acquirenti in giro per il mondo. Se però quell’imprenditore vuole produrle altrove per venderle qua la cosa comincia a non stare più in piedi. Se poi quell’imprenditore produce fuori Italia ma mette sull’etichetta il tricolore ingannando l’acquirente estero facendogli credere che si tratti di prodotto italiano allora la cosa assume tutt’un altro aspetto. Se poi l’imprenditore compera dall’estero la materia prima e la etichetta qui creando un prodotto italiano che italiano non è, siamo alla frutta. L’interesse di un imprenditore come si vede prevale e calpesta quello di tutta la nazione: perché lo stato deve assecondare tutto ciò? Non si tratta di etichette ma del futuro della nostra economia che non può coincidere con l’interesse di pochi peraltro esterovestiti: come vogliamo che sia? La cosa è molto complessa perché vi sono prodotti come le cravatte o i prosciutti o le auto che sono realizzati con materie prime per la gran parte estere ma che da sempre sono spacciati per italiani.
 La cosa è complessa anche perché dalla pandemia ad oggi si è capito che la mondializzazione garantita dalla libertà di solcare i mari e i cieli non è così garantita come si fa credere; poi le guerre hanno aggiunto costi e pericoli e divieti diffusi originando un caos che non è favorevole alla internazionalizzazione delle economie e delle aziende. Il futuro sarà molto più incerto di ogni immaginazione. Che si fa?
 Immediatamente va ripristinata per le imprese di grandi dimensioni una cinta daziaria significativa in modo che i prodotti esteri anche se realizzati da italiani rimangano all’estero o paghino qualcosa per poter entrare in Italia. Secondo: la fiscalità per le PMI italiane per la parte operativa in Italia va semplificata al massimo per non perseguitare le poche “galline” nazionali che ancora fanno le uova d’oro. Terzo: il mercato del lavoro deve tornare alla più completa libertà per favorire maggiori assunzioni anche se a salari fortemente differenziati tra le specializzazioni. Migliorare la legislazione sulle etichette per renderle più semplici ma più aderenti alla realtà.
 Tutto ciò per andare verso uno scenario nel quale almeno all’interno dell’Italia si realizzi una sorta di “zona italiana” vera ove quello che comperi sia italiano più che si può come il consumatore internazionale, il turista vuole che sia e si aspetta che sia
 Va fatto subito perché ormai andiamo verso una Apocalisse delle imprese locali rimaste. L’invenduto in tutto l’agroalimentare non ha precedenti. Il collasso è vicino ed è sicuro! non esiste bilancio pubblico che possa attenuare il colpo. Quel collasso porterà con sè tutto il resto.
 È evidente che una filosofia del genere non è presente in nessuno schieramento politico. Quando si parla di identità al più si parla di remigrazione di stranieri verso casa loro!! laddove quella è la questione minore (se non scontata) visto che è in gioco la sopravvivenza dell’intera economia nazionale. La sicurezza è compito fondamentale dello stato non è un indirizzo politico; con al sicurezza si risponde ad una esigenza primordiale di ogni cittadino ma la scelta politica mondialismo si o no é molto più difficile e molto più importante. I temi economici sono meno comprensibili dalla popolazione e fanno meno audience ma su di essi si gioca il futuro e la nostra identità. Chi farà propri questi temi potrà costituirsi come polo politico nuovo espressione del “centro” che è l’Italia del ceto medio e dalla cultura italiana; diversamente non cambierà nulla se no, al più, un po’ di sicurezza in più. 
Serve invece sapere se in futuro sarà come adesso prevalente il profitto di pochi o la centralità della persona di tutti? 
L’Europa che altro non è che la centrale delle multinazionali e quindi torcerà il naso ma si tratta di sopravvivenza della identità economica e culturale italiana. Il punto centrale della politica europeistica sta proprio qui: trasformarla da espressione dei forti contro tutti gli altri (stati, Istituzioni, PMI, culture, …) a organismo sovranazionale necessario alla pacifica convivenza delle varie identità locali. 
CANIO TRIONE