In questi anni abbiamo visto una crescita vertiginosa del prodotto realizzato dalle nostre imprese meridionali. Non si tratta dello zero virgola qualcosa, come accade nel resto d’Italia e d’Europa, ma di crescita a due cifre che è impossibile calcolare anche solo approssimativamente. Nonostante l’assenza proverbiale delle infrastrutture minime necessarie allo sviluppo, dobbiamo parlare di un vero e proprio fenomeno turismo.
Un milione di visitatori in un fine settimana a Napoli e cinquecento mila a Bari per Pasqua (senza voler parlare di Matera, le Costiere, il Gargano, le isole, la Sicilia,…) significano un afflusso enorme di soldi “nuovi” impossibile da calcolare precisamente; si tratta della esportazione del nostro cibo, della nostra cultura, del nostro modo di vivere e relazionarci senza aver bisogno di inviare nulla da nessuna parte; l’acquirente viene qui a godere delle nostre eccellenze coinvolgendo direttamente ed indirettamente tutto il made in Sud sia per il mitico cibo, ma anche per l’accoglienza, l’arte, lo shopping, … e quello che più conta è che le imprese che erogano tale servizio sono piccole e locali e quindi l’intero controvalore del settore turismo rimane qui condannando al progressivo oblìo la disoccupazione, il cattivo lavoro, il degrado di interi quartieri oggi risanati e rivalutati,… tant’è che si parla e ci si lamenta di over turism. Tutto ciò dimostra che la via della industria pesante e non autoctona allo sviluppo non è l’unica possibile; anzi, come Taranto dimostra, è un danno enorme.
Lo sviluppo originato dal turismo e che coinvolge ogni aspetto della economia locale dall’edilizia, all’arredo, all’agroalimentare, alla logistica, alla pesca è “inclusivo” di ogni categoria di persone e di attitudine e si sta rivelando di gran lunga più potente di ogni altro, oltre ad essere “democratico” e cioè non accentrato in poche mani. Anche la malavita comincia a trovare difficoltà nel reclutamento di manodopera disposta a rischiare la vita e la fedina penale per sopravvivere.
Questo modello ormai esteso anche in posti che mai si poteva immaginare vocati a questo tipo di sviluppo si sta imponendo e -se non ostacolato dalla esosità della politica- in pochi anni può portare il Sud a raggiungere il Nord in termini di Pil pro capite ma principalmente in termini di qualità della vita e dell’economia.
È necessario fermare la denatalità e lo spopolamento, rivedendo l’intera narrazione del Mezzogiorno; porre mano alla questione agricola e alla liberazione della piccola impresa da carichi burocratici e fiscali che non le appartengono. Sono queste questioni create dal malgoverno di decenni e di una politica ispirata da criteri centralisti o neo colonialisti e da interessi di poteri forti opposti ai nostri. Quindi serve una nuova politica.
Poi c’è la questione banche. È necessario e vitale che tutta questa crescita venga canalizzata allo sviluppo delle imprese che stanno qui, originando questa nuova fase. Le galline dalle uova d’oro vanno alimentate e premiate e non perseguitate e salassate. Il reddito prodotto così faticosamente deve tradursi in investimenti da realizzare qui con metodologie di governance del credito e del rischio che non possono essere le stesse usate dalle grandi banche che pongono sullo stesso piano creditori come le multinazionali e piccole imprese se non lavoratori autonomi. Un sistema bancario meridionale (cioè come fu il Banco di Napoli e la Banca Popolare di Bari) di proprietà diffusa dei meridionali ed operativa presso le imprese meridionali è la precondizione minima e ineludibile per uno sviluppo non assistito. Se non v’è un sistema bancario locale non v’è concorrenza tra banche e il nostro lavoro andrà a vantaggio esclusivo delle poche banche rimaste operative al Sud. Gli interessi pagati alle banche devono essere reinvestiti qui presso le imprese più promettenti; i risparmi realizzati qui devono essere reinvestiti qui; se non abbiamo ricevuto servizi pubblici all’altezza delle tasse pagate non possiamo pure pagare alle banche di altre parti del mondo profitti che poi non tornano più. Quando si dice che è una condizione minima necessaria significa che un sistema bancario meridionale è una infrastruttura finanziaria e creditizia (come può essere un aeroporto o una autostrada o una ferrovia) che se non si crea autonomamente come si creò la Banca Popolare di Bari e decine di altre banche oggi svanite nel nulla dovrà farlo la politica non certo con una banca pubblica -che è ancora peggio di una grande Banca Privata- ma favorendo un maggiore protagonismo nel settore bancario degli operatori privati meridionali. Né si può far finta di non capire quanto sia stato premeditato lo scippo delle banche non solo meridionali da parte di qualcuno che togliendoci le banche hanno voluto mettere le mani sul frutto del nostro lavoro e risparmio…arruolando i nostri giovani a servire i loro interessi contro i nostri.
Si tratta di una operazione che dovrà nascere “dal basso” cioè non calata dall’alto di interessi altrui che vengono qua vestiti da benefica fatina turchina, ma espressione della nostra economia e mentalità; quindi serve uno sforzo collettivo: se non ne siamo convinti noi, nessuno verrà a tirarci d’impaccio…questuando un aiuto o una spesa pubblica, al più, si rafforza la dipendenza coloniale nella quale siamo.
CANIO TRIONE
