Riflettevo partendo da un celebre aforisma di Luigi Pirandello associato al suo pensiero e alle sue opere:
“Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti”.
Questo si riferiva al suo tempo, periodo tra fine 800 e primi decenni del secolo scorso, e a mio parere questa situazione è rimasta costante per tutto il 900, per cambiare drasticamente con l’avvento della tecnologia, di internet e dei social la condizione si è evoluta, anzi involuta in maniera esponenziale.
Se torniamo indietro di qualche decennio, soprattutto nelle comunità non grandi, l’individuo, la persona veniva categorizzata, in un gruppo sociale, sulla base della professione, del mestiere o dei tratti fisici, dei connotati e delle caratteristiche, spesso individuato attraverso il suo soprannome di famiglia, che veniva addirittura tramandato tra generazioni.
Oggi quel mondo è completamente cambiato, il concetto di identità si è frantumato e i vecchi parametri non bastano più a definirci, a identificarci in maniera precisa.
Viviamo nell’ignoto e questo ci spinge a cambiare “maschera” in ogni situazione, creando versioni diverse di noi stessi: c’è una maschera per la famiglia, una per la società, una per il lavoro e questo era ancora in parte, giustificabile, almeno quella del lavoro e della società; spesso modelliamo la nostra realtà in base al contesto: a scuola siamo diversi rispetto a come siamo a casa, ma adesso capita che lo diventiamo anche dietro uno schermo di smartphone, laptop o di desktop che sia.
Negli ultimi decenni l’umanità ha affrontato grandi cambiamenti, dovuti sopratutto ai progressi tecnologici e scientifici, per questo vi propongo alcuni dati da cui è possibile analizzare lo scenario social e digital a livello globale.
I report Global Digital Overview sul digitale e sui social media curati e pubblicati per il 2026 da We Are Social e Meltwatere oltre che dai suoi partners, ci mostrano che oltre 6 miliardi di persone sono connesse online nel mondo e che oltre 1 miliardo di utenti utilizza strumenti di l’intelligenza artificiale generativa ogni mese.
La reportistica della stessa organizzazione ci evidenzia anche che gli utenti social globali hanno raggiunto quota 5,66 miliardi di identità attive online, superando la “supermaggioranza” della popolazione terrestre, e cioè il 68,7% della popolazione mondiale.
In media, ogni utente utilizza 6, 7 piattaforme al mese, dedicando oltre due ore e mezza giornaliere ai social e ai video.
Le Piattaforme: Facebook, YouTube, Instagram e TikTok guidano la classifica globale per utenti attivi mensili.
Per quanto riguarda la situazione e il trend in Italia, si parla di una diffusione di a 53,1 milioni di utenti Internet, pari all’89,9% della popolazione, e che ci sono ben 41,2 milioni di identità attive di utenti social, pari al 69,7% della popolazione; per cui quasi 7 italiani su 10 quindi, usano regolarmente i social media, per un tempo medio online di circa 31 ore a settimana passate sul web.
Tra le piattaforme classiche più frequentate nel Paese, Instagram registra la crescita maggiore, LinkedIn è trainato dal personal branding e TikTok mantiene una forte componente femminile (circa il 60% degli utenti).
Riguardo le abitudini di utilizzo l’86,9% si connette principalmente tramite smartphone, e le piattaforme social sono usate sempre più come motori di ricerca alternativi; i canali social sono ormai anche il punto di riferimento principale per la scoperta di brand e prodotti.
Crescono fibra, cloud e 5G, come le infrastrutture ma, restano tristemente indietro le competenze digitali avanzate, la base degli utenti resta profondamente “ignorante” sugli strumenti utilizzati: quali intelligenza artificiale generativa ed economia dei creator.
La Generazione Alpha guida questa nuova “Cultura del Caos“, seguita dalla Generazione Z, crescono immersi fin dalla nascita nell’uso di smartphone, tablet, assistenti vocali e intelligenza artificiale, sono i figli dei Millennials o dei più giovani della Generazione X, la gran parte, soprattutto di questi ultimi genitori, recita una specie di farsa “fantozziana” cercando di scimmiottare una falsa cultura informatica e tecnologica, inconsapevoli di essere, anche loro, nelle mani, e non solo nei server ma, di nuove forme e norme di consumo e produzione di contenuti.
Non a caso il dominio del digitale social è confermato dall’investimento nella spesa pubblicitaria globale.
Questa panoramica generale ci fa comprendere come la penetrazione di Internet nella società abbia fortemente modificato e purtroppo, a mio parere, in peggio le abitudini delle persone.
Così, in una società interconnessa e sempre online, soprattutto ma, non solo i giovani, vagano alla ricerca della loro identità, cercando di avere un riscontro positivo dalle altre persone e inseguendo stereotipi, idoli e mode.
Si sente il bisogno di esprimere quello che ti passa per la mente, di pubblicare contenuti anche molto personali, per cercare l’approvazione da parte degli altri, emulando, copiando, uniformandosi, non solo nel pensiero, quando questo esiste, ma anche nell’aspetto, quasi plagiati e qui scatta il problema forse più grande:
c’è una maschera anche per ogni profilo, per ogni post, feed o storia che sia.
È la “crisi dell”io“: è il crollo dell’idea di un soggetto razionale, forte e unitario che domina la propria coscienza e il mondo.
Nel corso dell’Ottocento, l’io era visto come una struttura solida e razionale, nella sua seconda metà, il tema dell’identità viene poi fortemente ripreso da molti intellettuali e filosofi come Friedrich Nietzsche che distruggono l’idea di una verità oggettiva e fissa.
Il soggetto perde il suo centro e la coscienza, il suo spirito diventa frammentato, ovvero, composto da frammenti che ogni volta si uniscono e associano in maniera differente, dando vita così a tante personalità e a tante visioni della vita.
La psicoanalisi di Sigmund Freud svela che l’io non è padrone a casa propria, schiacciato tra l’inconscio (Es) e la morale (Super-io).
Anche il celebre artista Edvard Munch esprime nei suoi quadri l’angoscia e il vuoto esistenziale dell’individuo.
Letterati come Italo Svevo e Luigi Pirandello, con grande introspezione analizzano i comportamenti dell’uomo, la sua coscienza e la frammentazione della sua personalità.
Soprattutto Luigi Pirandello mostra la frantumazione dell’identità e l’uso delle “maschere sociali“: il tema principale di molte sue opere: la “maschera“, che l’individuo indossa nei ruoli sociali imposta dalla vita e dagli altri.
L’uomo non sa più chi è, la “crisi della certezza“: crolla la fiducia assoluta nella scienza, nella ragione e nel progresso tipica del Positivismo, l’uomo perde i suoi punti di riferimento stabili, e scopre che la realtà è complessa, crolla l’idea di poter avere il pieno dominio della nostra identità.
La perdita dell’identità nel mondo odierno si aggrava — causata in gran parte dalle tecnologie e dai social media —un tema che la letteratura, la cultura e la scienza, come abbiamo visto, avevano già anticipato:
la ricerca della propria identità ma, cos’è l’identità?
Parto come sempre dal significato e dall’etimologia delle parole coinvolte: IDENTITÀ.
Identità deriva infatti dal latino tardo “identitas” che deriva dalla parola “idem” che significa “essere la stessa cosa“, “uguale“, “lo stesso” o “il medesimo“.
L’origine della parola rende ancora più chiara l’idea: la radice viene da “idem“, il suffisso “-tas“, che indica una qualità.
Cioè rappresenta ciò che rende un’entità definibile e distinguibile dagli altri enti, in quanto possiede caratteristiche particolari e permanenti che la rendono ciò che è.
Anche l’origine greca ci da lo stesso risultato, infatti, identitas è un calco della parola greca tautotes (tauto = “lo stesso“)
Quindi il significato iniziale voleva dire uguaglianza perfetta tra due cose, nel tempo invece è passato ad indicare l’insieme delle caratteristiche e dei tratti che rendono una persona unica.
Infatti, quando l’uomo ricerca la sua identità, significa che ricerca quei valori, quegli ideali, quel modo di reagire a determinati eventi che lo rendono unico.
La parola PERSONA deriva dallo stesso termine latino “pers?na“, che in origine indicava la maschera teatrale usata dagli attori nell’antichità, etimologia interessante in quanto fa comprendere come fin dall’antichità l’uomo comprese di essere sempre in “divenire”, come afferma anche Eraclito.
Secondo gli storici della lingua, il latino pers?na potrebbe derivare a sua volta dal termine Etrusco “phersu“, che significa proprio “maschera” o “personaggio mascherato“.
L’ipotesi classica tradizionalmente si fa risalire il termine al verbo latino “personare” (composto dalla radice “per-” e suffisso “sonare“, cioè “risuonare attraverso“.
Infatti la maschera degli attori aveva un’apertura a forma di imbuto all’altezza della bocca, proprio per amplificare la voce dell’attore e farla arrivare in fondo agli spalti dei grandi teatri classici.
Nel corso del tempo, il significato della parola si è evoluto trasferendosi dall’Attore all’Individuo.
Per cui:La maschera è il mezzo, lo strumento fisico usato sul palcoscenico.
Il personaggio è il ruolo o la parte interpretata dall’attore nel dramma (dramatis persona).
Per estensione, il termine è passato a indicare l’individuo, essere umano, in carne ed ossa che recita la propria parte nella vita reale, acquisendo poi un valore etico, filosofico e giuridico di soggetto dotato di dignità e diritti.
Pirandello anticipa i tempi e pone due tesi principali del suo pensiero:
1) Percepisce l’identità umana come una realtà molteplice e frammentata, ogni individuo non è un’unità coerente, ma piuttosto una somma di molteplici personalità che emergono in base alle circostanze e alle interazioni sociali.
2) L’esistenza umana è come un teatro, e la vita sociale funziona come un grande palcoscenico, dove ogni individuo recita una parte, indossando maschere diverse a seconda delle circostanze.
All’epoca il poeta già evidenziava Il conflitto tra l’essere autentico e l’apparire imposto dalla società, metteva in luce l’ipocrisia e la superficialità delle interazioni sociali, dove l’apparenza prevale sull’essenza e la verità diventa un concetto relativo e sfuggente.
Gli individui, per essere accettati e riconosciuti, si trovavano spesso costretti a indossare maschere che nascondono la loro vera natura, oggi ce le creiamo noi anche da soli, viviamo nell’ignoto e questo ci spinge a cambiare “maschera” in ogni situazione, creando versioni diverse di noi stessi, anche per ogni feed, storia o profilo.
Pirandello analizzava come la società imponeva maschere agli individui, costringendoli a conformarsi a ruoli e aspettative che spesso non rispecchiavano la loro vera natura, oggi grazie all’aiuto e con l’alibi della tecnologia, ci illudiamo anche da noi stessi, credendo di essere diversi da quello che siamo, finendo solo per perdere la nostra unicità.
Viviamo nell’epoca dei selfie, dei post, delle storie e dei social, con cui cerchiamo ad ogni costo di costruire la nostra immagine per influenzare l’opinione che gli altri si formeranno di noi.
Le “maschere”, simili a quelle di Pirandello, sono quelle che ogni giorno indossiamo per nascondere chi siamo realmente e farci accettare dalla società e dalle persone, queste, di conseguenza, ci costringono ad adattare il nostro essere in base ai nostri interlocutori, col risultato di essere sempre diversi ma, senza una nostra unica identità ben precisa.
La società propone modelli che inseguiamo, adeguandoci ingenuamente e stupidamente, uniformandoci al sistema che impone la massa.
Questo conformismo porta a una forma di alienazione, in cui l’individuo perde il contatto con il proprio io autentico, una dissonanza interiore e una perdita di autenticità, vive una vita che non gli appartiene realmente, e generando in lui una profonda crisi identitaria.
Nella società attuale, sicuramente amplificata dai social media, ma non solo, è accresciuta l’importanza dell’apparenza e della prima impressione, della superficialità, regna l’ignoranza, la incultura, la maleducazione, tutto a favore del consumismo, dell’individualismo, del nichilismo, dell’agnosticismo.
Il tema della decadenza dell’identità, come abbiamo visto, si impone in quei primi decenni del Novecento, ma, se ricercare la propria identità all’epoca, sembrava un’impresa ardua già nel XIX secolo, nei decenni della tecnologia digitale è diventato utopia, e lo smarrimento dell’identità si è acuito, anzi si può ritenere completato, trasformando tutto solo in conformismo e banale apparenza.
Il potere delle piattaforme social, con la dolosa complicità degli umani, ha fatto allontanare i rapporti tra persone vere e reali, mentre invece ha ridotto la distanza tra ciò che si è e ciò che idealmente si desidera essere.
Su questo tema si è espressa psicologa e docente al Maryland University College Patricia Wallace, che cosi, descrive la formazione di un’identità online con queste parole:
“La maggior parte delle persone si costruisce e mantiene online una persona che è una versione POTENZIATA di se stessa. Valorizza le caratteristiche positive e smorza quelle negative, a volte creando veri e propri personaggi nuovi rispetto al reale.”
È l’esaltazione della superficialità, si formulano giudizi sempre meno analitici e profondi, ma basati sul primo impatto, e senza esperienza diretta.
Chi indossa la maschera finisce per prendersi in giro da solo, perché non può comunicare davvero con gli altri proprio perché porta avanti solo un’immagine finta.
La maschera che inizialmente poteva essere anche essere una nostra difesa, finisce per diventare una prigione invisibile, che limita la libertà individuale, impedendoci di vivere e di comunicare in modo autentico con le persone.
Non a caso Pirandello in un altra sua opera, la poesia “La maschera”, dialoga con un teschio, simbolo della verità ultima, e della vera e unica condizione umana spogliata da ogni finzione.
Voglio concludere con l’espressione con cui parte la frase di Pirandello, forse la più forte e pesante:“Imparerai a tue spese…”.
Fa capire quanto sia importante l’esperienza, il vissuto, che non si apprende semplicemente dai libri; il distinguere una maschera da un volto vero, non è sempre facile e immediato, e che solo il tempo ci può aiutare a rivelare le persone diverse da come apparivano, o da come sembravano ai nostri occhi e alla nostra mente.
Ma, a quanto ammonta la spesa da pagare per imparare, è presto detto:
è giusto il prezzo della disillusione e della delusione,
Il perdere una parte dell’ingenuità iniziale.
Non significa diventare cinici e smettere di fidarsi e affidarsi del tutto ma, di essere maggiormente lucidi, coerenti e consapevoli.
Buona riflessione.Roberto Kudlicka
