Ci sono giornate nelle quali le notizie apparentemente scollegate, se messe una accanto all’altra, finiscono per raccontare qualcosa di molto più grande.
Quella del 25 agosto potrebbe essere stata una di queste.
A Mosca è arrivato monsignor Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede, vale a dire, traducendo il burocratese vaticano, il ministro degli Esteri del Papa.
E nello stesso giorno nella capitale russa è arrivato John Ratcliffe, direttore della CIA.
Il primo resterà in Russia diversi giorni. Il secondo ha compiuto una missione riservatissima della quale, naturalmente, conosciamo pochissimo.
Ma c’è un particolare che dovrebbe bastare a far drizzare le antenne: un direttore della CIA non metteva piede pubblicamente a Mosca dal novembre 2021, quando William Burns vi si recò pochi mesi prima dell’inizio dell’Operazione militare speciale russa in Ucraina.
Le coincidenze esistono.
Ma quando nello stesso giorno arrivano a Mosca il capo della diplomazia vaticana e il capo dello spionaggio americano, ignorare il segnale diventa forse più difficile che interpretarlo.
Qualcosa si sta muovendo.
GALLAGHER ENTRA DALLA PORTA DEI BAMBINI. MA ARRIVA NELLA STANZA DELLA POLITICA
La visita di Gallagher è particolarmente interessante.
Il diplomatico vaticano ha incontrato Sergej Lavrov e uno dei dossier che hanno permesso alla Santa Sede di inserirsi concretamente nel conflitto è quello umanitario e, in particolare, quello dei bambini ucraini trasferiti in Russia.
Una porta apparentemente laterale.
Ma la diplomazia funziona spesso esattamente così: si entra dalla porta attraverso la quale entrambe le parti consentono di passare e, una volta dentro, si comincia a parlare del resto.
Gallagher non è infatti arrivato a Mosca per qualche ora. La missione durerà diversi giorni e prevede contatti con il consigliere presidenziale Yuri Ushakov e con rappresentanti della Chiesa ortodossa russa.
E quest’ultimo particolare, permettetemi una digressione personale, non può lasciarmi indifferente.
Proprio presso l’Ambasciata della Federazione Russa presso la Santa Sede ebbi occasione di presentare il Progetto Didimo, da me concepito intorno al dialogo fra mondo cattolico e ortodosso nel nome dell’apostolo Tommaso. Vedere oggi il capo della diplomazia vaticana recarsi a Mosca e comprendere nel proprio programma anche il dialogo con la Chiesa ortodossa russa non dimostra naturalmente alcun collegamento con quella mia iniziativa, ma rafforza la convinzione che avevo alla base di essa: il canale religioso può diventare uno dei ponti attraverso i quali ricostruire ciò che la politica ha distrutto.
Il Vaticano, insomma, è entrato dalla porta dei bambini.
E potrebbe essersi ritrovato nella stanza della trattativa.
E NELLO STESSO GIORNO ARRIVA LA CIA
Poi c’è Ratcliffe.
Non sappiamo cosa sia andato a dire a Mosca e sarebbe scorretto inventarlo.
Ma possiamo domandarci perché proprio adesso.
Gli Stati Uniti di Donald Trump hanno un problema assai diverso da quello che sembra ossessionare molte cancellerie europee.
Washington non ha alcun interesse a lasciarsi trascinare in una guerra diretta contro la Russia per decisioni prese a Parigi, Londra, Berlino o Bruxelles.
E soprattutto il baricentro strategico americano del XXI secolo si trova sempre meno nel continente europeo e sempre più nell’Indo-Pacifico, davanti alla Cina.
Trump lo ripete da anni agli europei, sia pure con il suo linguaggio tutt’altro che diplomatico: dovete spendere di più, difendervi di più e imparare progressivamente a cavarvela da soli.
La traduzione geopolitica è brutale:
l’Europa non è più il centro del mondo americano.
Il vero concorrente sistemico degli Stati Uniti è Pechino.
E qui ritorna un concetto che ho utilizzato più volte su queste colonne: quello di un possibile “Con – Dominio” russo-americano, non certo fondato sull’amore reciproco fra Washington e Mosca, ma sul riconoscimento realistico delle rispettive sfere d’interesse e sulla convenienza americana a impedire che la Russia venga definitivamente consegnata nelle braccia della Cina.
Ad Anchorage Trump e Putin discussero concretamente delle possibili condizioni per chiudere la partita ucraina. Non venne firmato alcun trattato segreto, e Putin stesso lo ha precisato. Ma Mosca ha successivamente lamentato che Washington non avrebbe dato seguito a quanto discusso e alle intese maturate in Alaska.
Ed ecco che oggi il capo della CIA torna a Mosca.
Non sappiamo se sia andato a riannodare proprio quei fili.
Ma certamente qualcuno ha deciso che, mentre gli europei continuano a parlare della Russia, gli americani devono tornare a parlare con la Russia.
L’AMERICA NON VUOLE MORIRE PER L’EUROPA
La storia dovrebbe averci insegnato qualcosa.
Stati Uniti e Unione Sovietica furono nemici strategici per quasi mezzo secolo.
In Corea americani e comunisti si massacrarono attraverso uno scontro nel quale intervenne direttamente la Cina e l’URSS sostenne il campo comunista.
In Vietnam Mosca e Pechino armarono Hanoi contro gli americani.
In Afghanistan Washington armò coloro che combattevano contro l’Armata Rossa.
Eppure Washington e Mosca fecero di tutto per evitare che quelle guerre per procura diventassero una guerra diretta fra le due superpotenze.
Quando nel 1962, con i missili sovietici a Cuba, quel confine rischiò davvero di saltare, Kennedy e Chruš?ëv arrivarono sull’orlo dell’abisso.
E trattarono.
Perché le grandi potenze possono essere rivali, possono armare i rispettivi nemici, possono combattersi indirettamente in mezzo mondo.
Ma quando arrivano sull’orlo dell’annientamento reciproco, parlano.
Ed è per questo che la presenza del capo della CIA a Mosca, oggi, vale forse più di cento dichiarazioni pubbliche.
MA INTANTO MOSCA COMINCIA A PARLARE DELLE FABBRICHE EUROPEE
C’è poi un’altra questione che non possiamo ignorare.
La Russia sostiene da tempo un ragionamento estremamente semplice, lo stesso che Vladimir Solovjev ha ribadito nell’intervista della quale mi sono occupato proprio ieri.
Se un Paese europeo produce l’arma con la quale viene colpito il territorio russo, la consegna all’Ucraina e fornisce le capacità necessarie al suo utilizzo, Mosca non accetta il nostro bizantinismo secondo cui quel Paese sarebbe completamente estraneo alla guerra perché il dito che preme materialmente il pulsante è ucraino.
E il linguaggio russo nei confronti dell’industria militare europea sta diventando sempre più pesante.
Questo pone una domanda enorme.
Che cosa accadrebbe se domani la Russia decidesse di colpire un impianto europeo direttamente coinvolto nella produzione di sistemi utilizzati contro il proprio territorio?
Davvero gli Stati Uniti accetterebbero di rischiare una guerra nucleare contro Mosca perché qualche governo europeo ha deciso di spingersi sempre più avanti?
Io ne dubito fortemente.
Ed è precisamente per questo che Washington ha tutto l’interesse a conoscere prima, e non dopo, dove passano le vere linee rosse russe.
FRA POCO LA RUSSIA VOTA. E PUTIN DEVE GUARDARE ANCHE ALLA SUA DESTRA
C’è poi un quarto elemento passato quasi completamente sotto silenzio in Italia.
Fra poche settimane la Russia rinnoverà la Duma di Stato.
E questo avviene mentre all’interno del mondo politico, intellettuale e mediatico russo esistono pressioni che non chiedono affatto a Putin maggiore moderazione.
Chiedono maggiore durezza.
È precisamente ciò che scrivevo ieri.
Sergej Karaganov arriva da tempo a contemplare apertamente l’impiego dell’arma nucleare.
Vladimir Solovjev rimprovera pubblicamente Putin perché sarebbe “troppo indulgente”.
E allora attenzione a continuare a raccontarci la favola occidentale secondo cui Vladimir Putin rappresenterebbe necessariamente il punto massimo dell’intransigenza possibile a Mosca.
Potremmo scoprire un giorno che era quello che teneva il freno tirato.
Non sappiamo quale sarà il risultato delle elezioni né quali equilibri produrranno.
Ma sarebbe irresponsabile non comprendere che anche Putin deve fare politica in Russia.
E se le componenti che chiedono una risposta ancora più dura dovessero rafforzarsi, il Cremlino potrebbe trovarsi sottoposto a una pressione crescente proprio mentre noi europei continuiamo ad alzare la posta.
MELONI HA FIUTATO IL VENTO?
Ed eccoci all’Italia.
Giorgia Meloni non ha rotto formalmente con la cosiddetta Coalizione dei Volenterosi.
Ma questa volta non era fisicamente presente.
Ha partecipato al vertice in videoconferenza.
Può sembrare una formalità.
A mio giudizio non lo è affatto.
Perché contemporaneamente Roma ha ribadito che soldati italiani in Ucraina non ce ne saranno e soprattutto che l’Italia non parteciperà alle esercitazioni militari dei Volenterosi.
Tradotto:
Meloni non sta ancora sfilando l’Italia dalla Coalizione.
Ma comincia a sfilarla dalla sua progressiva militarizzazione.
Perché?
Una prima ragione è internazionale.
Meloni non è stupida e comprende perfettamente che se Washington ricomincia a parlare direttamente con Mosca mentre alcuni governi europei continuano a spingersi verso l’escalation, l’ultima posizione nella quale conviene trovarsi è più avanti degli americani proprio mentre gli americani stanno arretrando.
Ma esiste anche una questione italiana.
MELONI DEVE RINCORRERE VANNACCI
Una parte della destra italiana non ha mai digerito la trasformazione dell’Italia in uno dei sostenitori più disciplinati della linea euro-atlantica sull’Ucraina.
E Giorgia Meloni, dal 2022 in poi, ha compiuto una scelta politicamente comprensibilissima.
Con Biden alla Casa Bianca e l’intero establishment europeo schierato con Kiev, essere più atlantista degli atlantisti le ha garantito una straordinaria copertura internazionale.
Niente isolamento.
Niente assalti finanziari.
Niente spread impazzito.
Nessun sospetto internazionale nei confronti della prima leader proveniente dalla destra post-missina arrivata a Palazzo Chigi.
Quella scelta è stata, politicamente, un gigantesco paracadute.
Ma oggi il mondo è cambiato.
Alla Casa Bianca non c’è più Biden.
C’è Trump.
E alla destra di Meloni è cresciuto uno spazio politico che Roberto Vannacci ha compreso perfettamente.
Vannacci non deve neppure ricordare ogni mattina quale sia la propria posizione sulla guerra: il suo elettorato la conosce.
Una parte consistente della destra italiana — e aggiungo, una parte enorme dell’astensione che i normali sondaggi politici intercettano malissimo — non vuole un’Italia trasformata nell’avamposto di una guerra contro la Russia.
Vuole un’Italia che faccia l’Italia.
Che difenda i propri interessi.
Che parli con Washington ma anche con Mosca.
Che sia alleata senza essere subordinata.
Che possa essere mediatrice anziché aspirante cobelligerante.
Meloni non può regalare tutto questo spazio a Vannacci.
E quindi comincia prudentemente a riposizionarsi.
CALENDA CONTINUA INVECE A SUONARE LA TROMBA
Dall’altra parte abbiamo Carlo Calenda.
Continua a spiegare che la debolezza porta alla guerra, attacca Vannacci, lo definisce addirittura “caporale di complemento” e presenta la fermezza militare come la strada attraverso la quale evitare il conflitto.
A me pare che manchi un particolare abbastanza importante.
Le guerre non si fanno con i talk show.
Non si fanno con i comunicati.
Non si fanno con le dichiarazioni muscolari.
Le guerre si fanno con uomini in carne e ossa disposti a uccidere e, soprattutto, a morire.
E l’Europa occidentale dovrebbe prima dimostrare di possedere questi uomini prima di comportarsi come se disponesse ancora delle armate del 1914.
È facilissimo essere Churchill con la vita degli altri.
Molto meno quando bisogna trovare qualche centinaio di migliaia di ventenni disposti ad andare al fronte.
L’EUROPA HA DIMENTICATO CHI LE HA PAGATO IL CONDOMINIO
C’è infine un equivoco storico gigantesco alla base dell’attuale presunzione europea.
Dalla fine della Seconda guerra mondiale l’Europa occidentale è cresciuta sotto l’ombrello militare, economico e geopolitico degli Stati Uniti.
Germania e Italia persero la guerra.
Ma persino la Francia, che oggi ama atteggiarsi a grande potenza strategicamente autonoma, dovrebbe ricordare un particolare.
La Francia del 1940 fu sconfitta.
Lo Stato francese guidato da Pétain firmò l’armistizio con la Germania. Le forze di Vichy arrivarono persino a combattere contro gli anglo-americani durante l’operazione Torch.
Alle grandi conferenze nelle quali Roosevelt, Churchill e Stalin ridisegnavano il mondo — Teheran innanzitutto — la Francia non sedeva al tavolo.
De Gaulle e la Francia Libera ebbero certamente un ruolo storico e militare, che nessuno nega.
Ma lo status con il quale Parigi uscì dalla guerra — potenza vincitrice, zona d’occupazione in Germania, seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza — fu anche il risultato di una decisione politica degli Alleati, e in particolare della tenacia con cui Churchill volle mantenere una grande Francia nel futuro equilibrio europeo.
In una parola che forse scandalizzerà qualcuno:
la Francia fu graziata.
E lo fu magnificamente.
Dopo ottant’anni trascorsi sotto un sistema di sicurezza nel quale il vero garante ultimo era Washington, una parte delle classi dirigenti europee sembra essersi convinta che l’ombrello fosse il cielo.
Non è così.
E Trump glielo sta ricordando.
FORSE È ARRIVATA L’OCCASIONE DELL’ITALIA
Ed è qui che, da italiano e da sovranista, vedo qualcosa che altri sembrano considerare soltanto una minaccia.
Se gli Stati Uniti intendono progressivamente ridurre il proprio ruolo di amministratori del condominio europeo, perché dovremmo disperarci?
Perché dovremmo correre immediatamente a cercarci un nuovo amministratore a Bruxelles?
Potrebbe essere invece una straordinaria occasione per recuperare qualcosa che abbiamo progressivamente dimenticato:
la sovranità nazionale.
L’Italia possiede una posizione geografica unica.
È proiettata nel Mediterraneo.
È storicamente inserita nell’Occidente.
Ha un rapporto privilegiato con Washington.
Ha avuto per decenni rapporti politici, culturali, energetici ed economici profondissimi con Mosca.
E può parlare con mondi che oggi sembrano incapaci persino di ascoltarsi.
Perché allora trasformarci nell’ennesimo piccolo falco europeo?
L’Italia dovrebbe tornare a essere cerniera.
Non antiamericana.
Non antirussa.
Non succube di Bruxelles.
Semplicemente italiana.
SOTTO IL RUMORE DELLA GUERRA FORSE È RICOMINCIATA LA DIPLOMAZIA
Ed eccoci nuovamente al 25 agosto.
Gallagher vola a Mosca.
Ratcliffe vola a Mosca.
Il Vaticano parla con Lavrov, con Ushakov e con la Chiesa ortodossa.
Gli Stati Uniti riaprono un canale ai massimi livelli dell’intelligence.
La Russia si prepara alle elezioni mentre al suo interno si fanno sentire coloro che considerano Putin troppo moderato.
E Meloni, senza rompere con gli alleati, comincia prudentemente a tenere l’Italia fuori dalle iniziative militari più pericolose dei Volenterosi.
Non significa che domani arriverà la pace.
Non significa neppure che esista già un accordo.
Significa però qualcosa.
I giocatori più intelligenti hanno cominciato a posizionarsi per il dopo.
Il Vaticano perché deve ricucire.
Washington perché deve tutelare gli interessi americani e concentrare sempre più energie sulla vera partita strategica del secolo: quella con la Cina.
Meloni perché probabilmente ha capito che continuare a correre verso Est mentre gli americani cominciano a guardare verso Ovest — e soprattutto verso il Pacifico — rischia di lasciare qualcuno con il cerino in mano.
Gli unici che sembrano ancora non essersene accorti sono alcuni europei.
Continuano a parlare di esercitazioni, deterrenza, riarmo, fermezza.
Continuano a comportarsi come se dietro di loro ci fosse eternamente l’America pronta a intervenire.
Forse farebbero bene a voltarsi.
Perché l’America di Trump potrebbe essere già altrove.
E forse, sotto il rumore assordante della guerra, è finalmente ricominciato qualcosa che avevamo quasi dimenticato.
La diplomazia.
Lorenzo Valloreja
