“Case famiglia”: un libro fa chiarezza su un termine abusato

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 Esce oggi in libreria: “Casa Famiglia. Le verità nascoste dietro un termine frainteso”, una documentata analisi del mondo delle comunità di accoglienza.

Cos’è una casa famiglia? È solo per minori o anche per adulti? Quante persone può ospitare? Chi può gestirla e come si regge economicamente?

Basta una rapida ricerca su Google per rendersi conto della grande confusione che regna attorno a questo termine e, in generale, sulle comunità di accoglienza che avrebbero dovuto segnare il definitivo superamento degli istituti assistenziali.

A pochi giorni dall’approvazione da parte del governo del disegno di legge Rocella Nordio che intende mettere ordine su questa materia almeno per quanto riguarda i minori – suscitando dibattito e reazioni nel mondo associativo – arriva in libreria “Casa Famiglia. Le verità nascoste dietro un termine frainteso” (Sempre Editore), scritto dal giornalista Alessio Zamboni, che per tanti anni ha collaborato direttamente con don Benzi e oggi dirige i periodici Sempre Magazine e Semprenews.it

Con lo stile dell’indagine giornalistica, ricostruendo fatti, citando testimoni, analizzando documenti, incrociando storie, l’autore racconta come nacque, 50 anni fa, la prima casa famiglia letteralmente inventata da zero da don Oreste Benzi e come, attraverso la Comunità Papa Giovanni XXIII, sia ben presto divenuta un modello innovativo di risposta alla marginalità sociale destinato ad una rapida espansione in Italia e nel mondo.

Ma affronta anche temi delicati come le periodiche accuse di «fare business sulla pelle dei bambini», le conclusioni della Commissione d’inchiesta istituita nel 2020, le carenze normative che vedono una differenza di impostazione tra le diverse Regioni, con conseguenze deleterie per i soggetti più fragili, in particolare i minori.

L’autore, raccontando un aneddoto di cui è stato personalmente testimone, spiega che lo stesso don Benzi si accorse trent’anni fa che il termine “casa famiglia” cominciava ad essere usato impropriamente e documenta che già da allora iniziò a denunciare come molti istituti si stessero riconfigurando in casa famiglia ma in realtà fossero dei «mini istituti camuffati».

Il problema tutt’oggi non è risolto, il termine “casa famiglia” è entrato nell’uso comune, ma spesso è associato a strutture che non hanno nulla a che fare con la famiglia, e a farne le spese sono i più deboli.

Riportando i risultati di ricerche condotte sulle “vere” case famiglia da enti accreditati come l’Eurispes, lo Iusve, e uno studio condotto pochi mesi fa dal Dipartimento di Economia dell’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia, il libro documenta come la validità del modello sia ampiamente dimostrata, eppure in varie Regioni il riconoscimento manca o è parziale, e per circa la metà delle persone accolte l’ente pubblico non eroga alcun contributo.

E riporta un caso emblematico, la storia di Daniele, che per un problema di competenza tra “sociale” e “sanitario” era stato spostato dalla casa famiglia in un istituto nonostante avesse chiaramente bisogno di una realtà di tipo familiare, con conseguenze che avrebbero potuto essere tragiche.

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