Giornalismo: fra edicola e social una professione che fa i conti con l’innovazione

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La sfida di far marciare insieme in un giornale il ‘cartaceo’ che va in edicola e il sito web è “da far tremare i polsi” ma ad essa non ci si puo’ sottrarre anche perché implica una profonda trasformazione delle redazioni dove l’età dei giornalisti conta relativamente rispetto alla propensione all’innovazione e al cambiamento. E’ in sintesi la convinzione del direttore di ‘la Repubblica’ Maurizio Molinari che interviene al seminario sulla riforma della professione organizzato dall’Ordine dei giornalisti all’Ara Pacis con l’obiettivo di “condividere le cose che funzionano”.

La premessa è che sul web “chi legge non ha molto tempo, la responsabilità del giornale è accompagnarlo nelle scelte , fra dieci eventi in Ucraina quali sono i piu’ importanti ? Dobbiamo accompagnare il lettore sulle scelte e questo rimane comunque un fatto legato alla qualità”. Per Molinari infatti “i giornalisti devono cambiare il proprio metodo di lavorare , bisogna sapere cosa scrivere , serve più conoscenza e più studio. Questo fino alle 5 del pomeriggio perché poi si comincia a pensare al giornale di carta che è il cuore, il brand del giornale”.

Sul giornale stampato c’è anche “la possibilità di avere una cosa in più che dà valore al giornale, lì contano le analisi che non si sviluppano sul sito. Poi c’è il digitale e anche lì ci sono diverse fruizioni c’è il free ma c’è anche l’abbonato che va coccolato perché vuole fare parte della tua comunità intellettuale, poi ancora una altra modalità quella dei follower che seguono il giornale sui social” una fetta di lettori “che dà al giornale la ‘reputazione’ che viene dal numero dei followers e che ha un valore economico molto alto. I follower prediligono i video e quindi ci devono essere dei giornalisti professionisti che in trenta secondi sappiano raccontare un fatto” sempre all’insegna della qualità.

Giornalismo: fra edicola e social una professione che fa i conti con l’innovazione

Confronto a Roma in un seminario sulla riforma, Molinari ‘ resta comunque centrale la qualità’

La sfida di far marciare insieme in un giornale il ‘cartaceo’ che va in edicola e il sito web è “da far tremare i polsi” ma ad essa non ci si puo’ sottrarre anche perché implica una profonda trasformazione delle redazioni dove l’età dei giornalisti conta relativamente rispetto alla propensione all’innovazione e al cambiamento. E’ in sintesi la convinzione del direttore di ‘la Repubblica’ Maurizio Molinari che interviene al seminario sulla riforma della professione organizzato dall’Ordine dei giornalisti all’Ara Pacis con l’obiettivo di “condividere le cose che funzionano”.

La premessa è che sul web “chi legge non ha molto tempo, la responsabilità del giornale è accompagnarlo nelle scelte , fra dieci eventi in Ucraina quali sono i piu’ importanti ? Dobbiamo accompagnare il lettore sulle scelte e questo rimane comunque un fatto legato alla qualità”. Per Molinari infatti “i giornalisti devono cambiare il proprio metodo di lavorare , bisogna sapere cosa scrivere , serve più conoscenza e più studio. Questo fino alle 5 del pomeriggio perché poi si comincia a pensare al giornale di carta che è il cuore, il brand del giornale”.

Sul giornale stampato c’è anche “la possibilità di avere una cosa in più che dà valore al giornale, lì contano le analisi che non si sviluppano sul sito. Poi c’è il digitale e anche lì ci sono diverse fruizioni c’è il free ma c’è anche l’abbonato che va coccolato perché vuole fare parte della tua comunità intellettuale, poi ancora una altra modalità quella dei follower che seguono il giornale sui social” una fetta di lettori “che dà al giornale la ‘reputazione’ che viene dal numero dei followers e che ha un valore economico molto alto. I follower prediligono i video e quindi ci devono essere dei giornalisti professionisti che in trenta secondi sappiano raccontare un fatto” sempre all’insegna della qualità.

Sì dunque alla laurea “che è necessaria ma lo è anche il tirocinio all’interno di una redazione che non sempre viene attuato; spesso i giovani che vengono nelle redazioni – osserva Desario – non hanno idea di come sia veramente la professione, di quale concentrazione e quanti sacrifici anche personali richiede. E siccome siamo sempre meno a fare più cose ci dovrebbe essere una forma di tutoraggio, persone che si occupano di formare nuove risorse, tutor preparati e non chi c’è a caso in quel momento. Poi c’è un discorso di retribuzione: una persona laureata di valore sempre più difficilmente vuole fare il giornalista, un po’ come avviene con il professore di scuola” professione vista talvolta come ripiego. “Anche sul fronte dei social ci si deve aggiornare guardando anche all’estero: il NYT ha dei social che funzionano molto bene, da noi abbiamo capito tutti quanto valgono ma ancora si stenta a parlarne il linguaggio; vanno studiati e approfonditi perché ogni social parla una lingua diversa” conclude.

Per il senatore del Pd Filippo Sensi , giornalista e negli anni portavoce di politici come Francesco Rutelli e Matteo Renzi, “il contesto nel quale si agisce impatta e incide sulla qualità e gli esiti del lavoro giornalistico; tra politica o potere e informazione c’è un dibattito molto ampio. C’è il tema del servizio pubblico, di quello che si agita attorno alle agenzie di stampa con l’ingresso di nuovi player , la parcellizzazione e quindi l’affievolimento di alcune voci. Su questo fondo incerto – dice – non sottovalutate una certa aria di vendetta che la politica ha (non dico la destra ) nei confronti dei giornalisti”.

Sulla riforma della legge le due proposte sono in discussione alla commissione Cultura della Camera “vediamo come marceranno: credo si debbano trovare le convergenze su questo progetto, tante le convergenze sui testi presentati” ma certo – conclude – “al Senato non se ne ha traccia”. (foto Il Sole 24 Ore)

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