LE FICTION TELEVISIVE

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Tanto tempo fa agli italiani analfabeti fu indirizzata una trasmissione che si chiamava “non è mai troppo tardi” proprio per utilizzare il mezzo televisivo per arrivare lì dove la scuola non era arrivata. L’efficacia non fu così grande come la si vorrebbe descrivere oggi, ma quella esperienza portò a dire e a scoprire che la televisione è un mezzo potentissimo anche sul piano della didattica e quindi anche della uniformizzazione dei pensieri.

 

 

Oggi che molti sono divenuti dipendenti dalla televisione ci appioppano varie fiction che non meriterebbero alcuna considerazione se non per la diffusione che potrebbero avere specie tra le menti più deboli; tra di esse una delle ultime è “professore 2” . Ci rappresentano una normalità e una quotidianità forse specifica di Roma. Città da tempo collassata su se stessa (basti dire che la metropolitana chiude alle ventuno forse per la sua ingestibilità dovuta alla malavita) non solo sul piano urbanistico ma anche umano e culturale; della gioventù romana che è la protagonista della trasmissione si narrano i problemi e non i sogni e le aspirazioni le quali ultime sono vissute come patologie delle quali parlare, parlare, parlare; assieme a questa narrazione ci presentano un loro coetaneo con forte accento partenopeo che invece è in prigione ed è vittima di una mentalità ambientale (tutta con lo stesso accento) criminale; naturalmente è accolto molto paternalisticamente ed affettuosamente appunto dal professore romano “eroe” della fiction. Troviamo nella stessa classe anche una ragazza madre polacca, un’altra costretta i carrozzella che non vuole guarire, extracomunitari dediti al pallone, figli che si ritengono in diritto di dire ai propri genitori se intrecciare una relazione o no,…cioè un campionario quasi completo dell’attuale politicamente corretto cioè dove è normale il mondo al contrario. Evidentemente il benessere che si gode in questi quartieri romani ha portato questi giovani -che vengono rappresentati come “normali”- a sbandare pesantemente anche perché anche i loro professori sono in cerca di un senso da dare alla propria esistenza. Sbandamento che troviamo in chi non è in grado di intessere un rapporto vero con l’altro sesso e tanto meno di sognare una famiglia, in chi non riesce ad inserirsi lavorativamente e quindi si attarda nel letto fino all’ora di pranzo, in chi scambia il bullismo per divertimento, in chi deve subire i dissapori tra i genitori, … tutti figli di una società evidentemente priva di bussola. La società del bisogno aveva un senso inequivocabile e quindi andare a bottega o lavorare nei campi aveva -come ha avuto- un senso, una dignità e un futuro. Oggi il falso benessere ci viene raccontato come il punto di arrivo già raggiunto e godibile solo dagli Insider, dai competitivi, super tecnologici, gli influencer, cioè i pochissimi che riescono ad inserirsi. E gli altri? Tutti ammassati nella truppa indifferenziata e inutile al sistema “avanzato” . Ma può esistere un sistema diverso da questo? No, per loro no, e le fiction ci insegnano a subire questo sistema e a cercare di sopravvivere alla men peggio curando le infinite bizzarrie patologiche che ognuno si crea. Dalla sessualità priva di senso, al lavoro privo di senso, alla cultura priva di senso, fino alla poligamia di fatto che è priva di alcun ragionevole senso possibile,…. mentre i nostri attori si prestano ad incarnare questo disastro.

 

Uno scenario ributtante.

 

Se tutto ciò è verosimile, per fortuna lo è o lo sarebbe (almeno per il momento) per una sola città, pur grande, mentre il resto d’Italia è un po’ meglio… ma fino a quando?

 

CANIO TRIONE

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