Giustizia. Paga anche chi ha ragione? Il Governo verso lo stop a questa regola

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La regola per cui se un atto giudiziario è scritto troppo lungo, con caratteri o interlinea considerati sbagliati, il giudice può compensare le spese di un contezioso (cioè paga anche chi ha ragione) potrebbe presto sparire. Parola del Governo. Il problema era venuto a galla a Verona dove un giudice di pace, a metà dello scorso ottobre, aveva deciso così: “Spese legali compensate per violazione dei criteri di forma e redazione degli atti giudiziari”, facendo valere le nuove regole che da agosto disciplinano la scrittura di atti giudiziari con parametri per dimensioni dei caratteri, interlinea tra le righe e margini, ma anche prescrivendo sinteticità.

Il ‘tetto’ a parole e pagine degli atti giudiziari, a giugno era stato contestato dall’Associazione Nazionale Forense (“Il punto più basso di una riforma del processo civile nata sotto una cattiva stella e che peggiora di giorno in giorno sotto gli occhi attoniti degli operatori del diritto”). Il caso di Verona ha trasformato la preoccupazione in realtà e scatenato la rabbia degli avvocati.

Così è arrivato in Parlamento, dove ieri, in commissione alla Camera, il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove ha detto che ci sarebbe l’intenzione di provare a cambiare. “Poiché sono in corso di preparazione una serie interventi normativi in materia di giustizia, in attuazione del mutato indirizzo politico, il Governo si riserva di verificare l’opportunità di procedere ad una modifica della norma”, ha affermato Delmastro. La questione, ha aggiunto, è “particolarmente delicata per le ricadute applicative che può determinare ed attiene ad una norma di recente introduzione che -nelle sue linee generali- trova la paternità in un indirizzo politico diverso, appartenente alla passata legislatura”.

 “Compensare” le spese tra le parti in causa significa che ciascuno dei due contendenti deve pagare le proprie spese e chi ha avuto ragione non rientrerà delle spese legali sostenute per andare in causa. Di solito non funziona così: normalmente quando uno alla fine ha ragione, a pagare le spese legali anche per il ‘vincitore’ è la parte che soccombe. E quindi, al momento della sentenza, se uno ha ragione si vede rimborsare tutte le spese sostenute, come la parcella dell’avvocato, il ‘contributo unificato’, le spese per marche da bollo e notifiche, spese per i consulenti.

Nel caso di Verona no, nessun rimborso per un atto compilato non a dovere rispetto alle nuove regole. “L’attività compiuta dal Giudice di pace di Verona rientra nelle facoltà che il legislatore ha espressamente attribuito ai magistrati”, ha riconosciuto il sottosegretario rispondendo alla deputata del M5s Carla Giuliano che aveva sollecitato “rimedi volti ad evitare che il riparto delle spese processuali dipenda dal mancato rispetto di formalismi stilistici degli atti giudiziari e iniziative di modifica della normativa in materia”.

Fatta la cronistoria della regola e ricostruito il caso di Verona, Delmastro ha detto appunto che “il Governo si riserva di verificare l’opportunità di procedere ad una modifica della norma”. Sentita la risposta, Giuliano ha ricordato che il gruppo M5s si era espresso “in senso critico” su quella regola, aggiungendo: compito del legislatore è “anche verificare la concreta attuazione delle norme” e “se l’attuazione determina un procedimento iniquo che frustra il diritto di difesa e accesso alla giustizia, questa non può essere accettabile”. Dunque ha auspicato che “il Governo intervenga celermente per modificare una disposizione che produce effetti distorti nell’applicazione pratica”. 

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